ANNO C, XX di marzo


- E’ l’università della pizza: Grazià, o’zuzzùs è come il Vaticano per Roma.
- Università Vaticano già me sta su li cojoni sto zozzoso
- E io ti porto in una chiesa minore, infatti, in una delle scuole serali.


La pizza, come il fumo, è una religione. Io e Graziano, oggi, siamo i profeti di due chiese che dialogano. Nella comune liturgia del traffico mordi e fuggi della penisola sorrentina, Graziano professa il fanculo Sirchia, e io recito l’omelia della pizza di Vico Equense.
Alla fine del tunnel di Seiano, quando la luce del mare torna a pugnalarci lo sguardo, Graziano non abbassa neanche più il finestrino: si accende la sua X sigaretta in 5 km. La fame diventa intolleranza religiosa:


- Va bene il fanculo Sirchia, Grazià, ma mo mièruttocàzz.
- Diego te spappolo come na mozzarella
- sì, ma se l’affumichi, faccio della tua pelata na pummarola rossotrevi.


Vico Equense

E’ stata la pucchiacca ad allargare gli orizzonti della mia fede: da quando ho scoperto il figodromo equano, l’eucarestia dei giorni di festa, ormai, la prendo a Vico Equense. L’unico posto, oltre a Napoli città, dove mangio la pizza.
La liturgia vicana si svolge seguendo un rito preciso: via crucis nella processione di macchine verso Sorrento; calvario di salsedine dopo il battesimo a mare (ma solo durante l’inverno: d’estate, le offerte agli stabilimenti privati riducono i comuni mortali all’elemosina); mortificazione della carne durante l’aperitivo nella piazza principale di Vico (detta dai vicaioli mmièzafontàn). Solo alla fine, solo dopo la sofferenza delle tentazioni, è concessa la redenzione. Con l’eucarestia: un’abboffata di Marinara (la pizza, se non è Margherita, può essere solo Marinara: il bravo sacerdote, d’altronde, si riconosce da come inforna questo tipo di sacramento).

 

MMIèZAFONTàN

Graziano prepara le papille gustative alla pizza sorseggiando una pinta di piscio di cavallo. Tra una sigaretta e l’altra, ovviamente. Seduto a un bar in piazza, mmièzafontàn, Graziano non si lascia distrarre dalle minigonne che gli passano accanto: è preda di un altro rapimento. Dell’estasi mistica che lo coglie quando i suoi occhi si fermano a guardare una fontana: la sindrome di Trevi. Graziano ne soffre gravemente: il marmo bianco della fontana di Vico gli sembra la conchiglia di Trevi. Guarda i delfini di Vico e cerca nella memoria i tritoni di Roma; allunga un braccio come per accarezzare i cavallucci marini e blatera sillabe incomprensibili rivolto alla statua, che non c’è, di Oceano. Io, nella speranza di farlo tornare alla realtà del qui e ora, gli tozzolèo la spalla con una mano. Gli nascondo, poi, il pacchetto di sigarette. Ma lui, niente. Si risveglia, Graziano, solo con un colpo di vento: i delfini gli sputano addosso acqua che puzza di muschio, e lui bestemmia. Passa palmo a palmo il tavolino del bar in cerca delle sigarette, e bestemmia ancora. Mi ringhia contro: io rimango timorato: gli restituisco, allora, le sigarette. Poi mi alzo e lo prendo sotto braccio: camminiamo insieme verso l’acquasantiera della fontana. Lui barcolla: è ubriaco, ma non so se di estasi o di piscio di cavallo.


- Guarda Grazià, qui non ci sono monetine. Cestànnepìsc’
- E’ vero sta fontana cia i pesci e non l’acqua rossa
- Grazià, a Vico sono solo dei fongi, dei pescatori
- Te stanno su li cojoni eh li vicaioli
- ...
- Peccato pe lloro pure se fa schifo je potevo fa a fontana rossotrevi a sti cojoni


In verità, è diventata una moda colorare di rosso le fontane: in America, per esempio, travisando il Verbo di Graziano (il Maestro, il Messia delle fontane rosse), per pubblicizzare la seconda stagione della serie tv Dexter, hanno colorato di sangue 13 fontane.
 

- Non te ‘ngrippà, Grazià, e nnamose a magnà sta pizza.
 

Antonio o’ Flinstone

Scegliamo il tempio del mio amico Antonio, una pizzeria serale che, nonostante sia mmièzafontàn, è sempre vuota. Forse perché, Antonio, ai suoi clienti si presenta sempre con la senca del culo fuori dai jeans. E quando si china a infornare l’eucarestia non è più un mistero il rampicante di peli che gli sale dal buco del culo. Ma Antonio o’Flinstone è il miglior sacerdote della mia religione.


- Antò, st’amico mio viene da Roma per mangiare la pizza...mi raccomando
- Diego, tieni quacche dubbio?
- No, Antò, ma questo è un amico importante: è quello delle palline di piazza di Spagna.
- Chìll ca pittàt o’ funtanetrevi?
- Proprio lui


Antonio si tira i jeans fin sopra l’ombelico, si passa le mani sulla maglietta bianca, e si avvicina a Graziano. Gli stringe la mano: il palmo di Graziano rimane rossotrevi; le maniche del giubbino si imbiancano di farina e mozzarella. Antonio ci scorta a un tavolo e con la testa ci fa un cenno che significa sedetevi dove cazzo vi pare tanto non viene nessuno.

L’eucarestia

Mangiamo una decina di fette Margherita, intervallate da qualche assaggio di Marinara. La liturgia si svolge in silenzio, senza intoppi con Graziano che ripete solennemente i miei gesti. Con Graziano attento a non infrangere i canoni che gli ho dettato: altro che le forbici blasfeme con cui tagliano le pizzette a Roma
Un rutto sordo, suonato all’unisono dal mio esofago e da quello di Graziano, sancisce la fine del banchetto: ci alziamo per andare alla cassa. Ma, né alla cassa né al forno, troviamo Antonio. Lo chiamiamo, più volte, quasi gridando, ma nessuno risponde: la pizzaria è vuota.
Decidiamo di uscire dal locale ugualmente e, sulla porta, troviamo un bigliettino sgrammaticato: “X DIEGO. DA OGI SIETE SEMPRE BENVENUTI MIEI OSPITI CHE L TUO AMICO MI A DATO UN IDEA. ANTONIO?". Quando stacco il bigliettino dalla porta, Graziano già ride. Ma inarca le sopracciglia sotto gli occhiali: ride amaro.

Rossopummarola

Appena fuori dalla pizzeria, il nostro sguardo va subito mmièzafontàn: i delfini sputano pellecchie di pummarola.
Ci avviciniamo alla fontana con fatica, e sgomitando tra la folla. Quando arriviamo davanti all’altare, Antonio ci saluta. Poi si china e, oltre a mostrare il suo rampicante, versa altri 100 kg di pummarola nell’acqua. Graziano, sempre ridendo con le sopracciglia inarcate, scavalca la ringhiera e immerge le gambe nella fontana. Un cavalluccio marino gli sputa una pummarola rossotrevi sul capoccione pelato, proprio mentre stringe la mano ad Antonio.


- Da oggi, posso chiamarti Antonio Dexter? -
domanda.
 

Io, come a rossotrevi, prendo il cellulare dalla tasca dei pantaloni e scatto una foto: Graziano e Antonio a battesimo nell’acquasantiera rossa della fontana di Vico. Seleziono la foto dal menù e scrivo un MMS a un mio amico. Lo stesso a cui avevo inviato la foto di Trevi rossa.
“NON CI CREDERAI NEANCHE STAVOLTA, MA HO RIVISTO LA MADONNINA DI CIVITAVECCHIA: A VICO, PIANGEVA MMIèZAFONTàN"

 

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immagine: Macchie di vernice