post 9/11. USA. L’uomo che cade.
 

Immagine di L’uomo che cade

Salta o cade. Precipita di sbieco, il corpo irrigidito, e cade, per tutta la lunghezza, di testa, sollevando un tramestio scioccato dal cortile della scuola, con grida di spavento isolate solo in parte coperte dal boato del treno in corsa.
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Ma non fu la caduta la parte peggiore. Lo strattone a fondo corsa lo lasciò a testa in giù, legato all’imbragatura, a sei metri dall’asfalto. Il sussulto, quella specie di impatto e rimbalzo a mezz’aria, il contraccolpo, e adesso l’immobilità, le braccia lungo i fianchi, un ginocchio piegato. C’era un che di terribile in quella posa stilizzata, corpo e arti, il suo marchio di fabbrica. Ma peggio di tutto fu l’immobilità in sé.
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Un uomo di nome David Janiak, 39 anni...l’uomo era un artista performativo conosciuto come L’uomo che cade.

(brani tratti dal romanzo L’uomo che cade, Don DeLillo, Einaudi)

 

post 9/11: ANNO XCIX, XXV di gennaio. Italia. L’uomo che colora.
 

Saltano e cadono. Precipitano, le palline colorate, e cadono, per tutta la lunghezza delle scale, suonando clop clop clop fino al barcone di Piazza di Spagna. I gridolini di meraviglia della gente, solo in parte, sono coperti dalla pioggia di palline sulle scale.
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Ma non fu la pioggia la parte migliore. Le palline, a fondo corsa, inondarono il barcone, e tutta la piazza intorno. I 4 colori, il loro rimbalzo a mezz’aria, i giochi della gente, e adesso il sorriso di un bambino, le sue braccia lungo i fianchi, con una pallina nel pugno. C’era un che di poetico in Piazza di Spagna, corpi e arte, il suo marchio di fabbrica. Ma meglio di tutto fu il movimento della quadricromia in sé.
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Un uomo di nome Graziano Cecchini, 54 anni...l’uomo è un artista performativo conosciuto come FuturZig.

 

post 9/11: ANNO C, XV di aprile. Italia. L’uomo che, colorando, cade.
 

Imbianca e cade. Precipita di sbieco, con ancora il pennello in mano, e cade, per tutta la lunghezza, di testa, sollevando polvere e disperazione nel cantiere, con grida dismesse, solo in parte coperte dal rumore metallico della fabbrica.
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Ma non è la caduta la parte peggiore. Il volo a fondo corsa lo lascia spiaccicato, legato a nessuna imbragatura, sull’asfalto. Il botto, l’impatto tra l’uomo e la terra che doveva sfamarlo, il silenzio, e adesso l’immobilità, il sangue lungo i fianchi, il cervello fuori dal cranio. C’è un che di terribile in Italia: corpi morti e arte, il marchio della nostra fabbrica. Ma peggio di tutto è l’immobilità in sé. La morte.
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Un uomo di nome Andrea Rossi, 41 anni...l’uomo è un lavoratore, uno sconosciuto imbianchino.

 

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immagine: Macchie di vernice