ANNO XCIX, XVI di febbraio


Si porta gli occhiali alla Mughini sul capoccione, tenendo il pennello come fosse una sigaretta. Sposta il collo all’indietro e fissa le sue tre tele viventi: rimpicciolisce gli occhi. Non avverte il mio arrivo, Graziano, neanche quando cammino senza sosta tra i tavoli del Caffè Giubbe Rosse. Sono io, allora, che mi avvicino a salutarlo. Lui mi risponde gentile, ma rimane concentrato sui colori e sui pennelli. Sulle tele, e non sui corpi delle modelle.
 

Femminile

Anche quando la più carina (quella bruna con il volto attraversato da una linea rossa che scende perpendicolarmente dalla fronte sull’occhio sinistro) si sbottona i jeans, anche quando dai suoi slip spunta un ciuffo di pelo, Graziano non ferma il polso. E continua a pennellare: e sui seni e sul ventre e sul culo e su tutto il corpo, senza distrarsi. Senza sudare freddo.
Io, invece, sono preda della fissità di quei corpi seminudi. Quando Graziano passeggia sul culo della più carina, lasciandoci sopra piccole orme nere, la mia pelle, sulla fronte come su ogni parte del corpo, si bagna di rivoli ghiacciati. Quando Graziano le sporca d’oro un capezzolo, trasformato dal freddo in un chiodo da 90, i miei occhi diventano rossotrevi. Quando le alza i capelli per donarle un paio di ali azzurre, sento il testosterone bussare alla porta del cervelletto. Mi tremano addirittura le ginocchia, pure quando Graziano veste di colori le altre 2 tele seminude. Le due modelle che neanche mi piacciono tanto: quella con il caschetto, con i seni piccoli e di argilla; quella con il volto mascolino, butterato, e con l’espressione annebbiata.
Graziano, accendendosi una sigaretta, si gira a guardarmi.


- Te vedo n’difficoltà
- Effettivamente...
- Fumate na sigaretta va
- Ma siamo in un locale, mica si può fumare qui.
- Sei pesante e llasciate anna’ pe na vorta

 

Non aspetta neanche il tempo della mia risposta, Graziano, che si rituffa immediatamente nel suo quadro in movimento.Lasciarmi andare io per una volta? Ma se oggi pare si sia capovolto il mondo: sono io che sudo freddo, senza controllo, sono io in preda alle pulsioni, e tu, invece, che rimani lì, lucido e freddo nella tua verve creativa. Ma guardati: sembri un ostetrico, un ginecologo, alle prese con il pelo.
 

Curve

Mi volto: due gambe olivastre, con i polpacci delineati, che camminano su due trampoli. Appena sopra la linea orizzontale tra gambe e culo, un accappatoio rossotrevi. I capelli sono raccolti sulla testa, e profumano di vaniglia: è lei, Claudia, l’uruguaiana che ho conosciuto prima al bancone del Giubbe Rosse. Decido, quindi, di rimanere a contemplare Graziano, l’ostetrico, che partorisce la sua quarta tela.
Claudia si apre l’accappatoio, e io chiudo gli occhi. Ma per poi riaprirli subito: i seni sono prepotenti ma rassicuranti, fissi, statici rispetto al movimento del corpo; la pancia è piatta, abbronzata, oliata; l’ombelico è profondo, quanto il taglio degli occhi. Quando Graziano la fa voltare per dipingerle culo e schiena, sento il bisogno di sedermi. Perché le spalle sono magre quanto le braccia, ma spaziose quanto la schiena. Il culo è alto quanto le Ande, fatto di qualche marmo sudamericano.


 

Linee

Graziano parte dai nervi del collo, a dipingere Claudia: traccia una verticale rossa proprio in mezzo alla schiena. E segna il confine: a destra, il tricolore italiano; a sinistra, il viola di Firenze. Sulla chiappa, poi, un gran bel  giglio. Cazzo, la curva Fiesole, penso.
 

- Ah Grazià, che te metti a disegnà, i fiorellini, adesso.


Non si gira a guardarmi, né mi insulta. Graziano neanche mi ascolta: si accende l’ennesima sigaretta fanculo Sirchia e cambia pennello. Prende il più sottile, per definire le linee sulla pancia di Claudia. Poi inforca nuovamente gli occhiali sul naso e, dimenticandosi la sigaretta tra i denti, conclude il suo parto.
Claudia e le altre 3 modelle indossano le Giubbe Rosse. Anche Graziano è pronto per la conferenza stampa: si gira a guardarmi e risponde alla domanda che gli ho fatto mezz’ora prima: mi alza in faccia il suo dito medio.

 

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immagine: Macchie di vernice